PASSATO E FUTURO A TIRANA

A volte la musica e il teatro riescono a creare dei corto-circuiti, all’interno dei quali i significati si inseguono tra loro.
È accaduto venerdì sera all’Accademia delle Arti a Tirana, con la presentazione dell’opera contemporanea Kater i Rades.
Un’opera di cui ho avuto l’onore di scrivere il libretto, e che è stata realizzata dai Cantieri teatrali Koreja grazie alla musica del compositore albanese Admir Shkurtaj, la regia di Salvatore Tramacere, la direzione di Pasquale Corrado, e una nutrita e affiatata pattuglia di cantanti, attori, musicisti, tecnici. Fin da subito, Kater i Rades, che rievoca i sogni, le speranze, le paure di chi era a bordo della piccola motovedetta albanese speronata da una corvetta della nostra Marina Militare il 28 marzo 1997, ha voluto essere un’opera di intrecci e di confine. Non una «produzione» italiana su una vicenda albanese, quanto piuttosto un’opera pensata paritariamente, a metà strada tra le due sponde: un prisma sfaccettato in grado di scandagliare le zone d’ombra di una pagina nera della nostra storia recente, per liberare tutto il non detto. Volevamo ascoltare e far ascoltare la voce e il canto di chi in genere non viene ascoltato: i profughi sono quasi per definizione silenti.
In Kater i Rades gli italiani scrivono e cantano in albanese, mentre le sonorità albanesi sono intrecciate a una complessa partitura musicale contemporanea. Nel teatro dell’Accademia delle Arti, il cui palazzo è stato costruito in un angolo della capitale ideato dal fascismo con l’intento di riprodurre l’Eur, si sono determinati molti proprio lei a dire che il naufragio della Kater i Rades dovrebattraversamenti. E le trecento persone arrivate in sala per vedere l’opera sono rimaste ben oltre la sua fine per un dibattito che si è protratto per un bel po’.
C’era Pushime Cala, una delle voci del comitato dei famigliari delle vittime della Kater i Rades, che ha seguito tutte le udienze dei processi che si sono tenute a Brindisi e a Lecce inquesti anni. Nelle parole di Pushime il dolore per quella tragedia è ancora vivo, conficcato come una lancia. È un dolore che solo a tratti l’arte e le parole riescono ad avvicinare, ma che allo stesso tempo non rimane bloccato nel passato. È stata be essere ricordato innanzitutto da coloro i quali oggi chiedono ancora l’istituzione di un blocco navale contro i barconi che solcano il Mediterraneo, senza preoccuparsi di capire quali potrebbero essere le conzeguenze delle proprie parole.
C’era il ministro della cultura Mirela Kumbaro. Mi ha colpito molto un passaggio del suo discorso in cui ha detto che solo la cultura realizzata comunemente tra italiani e albanesi può essere fonte reale di dialogo tra le due sponde. È questo il nocciolo del problema che spesso evitiamo di affrontare, preferendo parlare genericamente di cooperazione. Come si realizza concretamente una terra comune? Come si assume davvero lo sguardo degli altri? Come si parlano le rispettive lingue? Come si protrae tutto questo nel tempo? Nell’opera, le parole si fanno musica per poi tradursi in corpi che si sfiorano, toccano, inseguono sulla scena. Questa tripla dimensione (testuale, musicale e scenica) la rende un luogo di comunicazione non solo verbale: uno spazio sospeso in cui si tastano corde più profonde.
L’altra sera abbiamo provato a calare tutto ciò in un teatro che riproduceva i tanti volti della Albania contemporanea: c’erano i famigliari delle vittime di ieri e gli studenti di oggi, giovani artisti ed esponenti del nuovo corso politico, intellettuali che hanno patito la più spietata epressione staliniana nel secolo scorso (come Vera Bekteshi) e scrittori che ragionano su come raccontare il paese che cambia nel nuovo secolo (come Ardian Vehbiu).
Non sarebbe stato possibile portare l’opera a Tirana senza il sostegno di Puglia Sounds, della Fondazione Gramsci di Puglia, dell’Istituto italiano di cultura a Tirana e dell’Istituto di culture mediterranee della provincia di Lecce. Non sarebbe stato possibile senza l’ospitalità del festival «Tirana Open» e il lavoro dei suoi direttori Arlinda Dudaj, Helidon Gjergji, Vladimir Myrtezai-Grosha. Mettere in scena Kater i Rades nel cuore architettonico di ciò che fu l’occupazione fascista ha avuto, per noi tutti, un ulteriore significato. Spesso i brandelli del passato, i segmenti della storia remota e i segmenti della nostra storia prossima, riaffiorano all’improvviso nel presente. Il nostro sguardo nei loro confronti non è mai neutro. Non può essere neutro. Prenderne atto è il primo passo per mantenere un po’ di dignità.

Alessandro Leogrande
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